In una chiara rottura con il passato, il nuovo governo ungherese ha iniziato a ripristinare l’accesso per quasi 10.000 cittadini che erano stati precedentemente bloccati dall’interagire con la pagina Facebook ufficiale dell’esecutivo. Questi blocchi, imposti dagli amministratori durante il lungo governo di Viktor Orbán e del partito Fidesz, impedivano ai critici di commentare o interagire con i post ufficiali.

Il messaggio pubblicato dal nuovo governo, guidato da Péter Magyar sulla propria pagina Facebook ora recita: “Si tratta di quasi 10.000 cittadini ungheresi la cui voce era stata messa a tacere. Nelle prossime settimane gli addetti alla comunicazione del governo rimuoveranno questi blocchi. Stiamo costruendo un Paese in cui tutti possano esprimere liberamente la propria opinione, purché non danneggino gli altri”.

La procedura di sblocco è già iniziata e dovrebbe concludersi nel giro di poche settimane. Rappresenta un’inversione simbolica di una delle pratiche utilizzate durante i 16 anni di governo di Orbán per controllare il dibattito online attorno ai canali ufficiali.

Un esempio limitato ma significativo di controllo

È importante sottolineare che non si trattava di sospensioni degli account a livello dell’intera piattaforma disposte da Meta, la società proprietaria di Facebook. Erano invece blocchi limitati alla pagina, eseguiti dagli amministratori governativi utilizzando gli strumenti messi a disposizione da Facebook.

Qualunque gestore di una pagina – che sia un governo, un’azienda o un privato – può infatti impedire a determinati utenti di commentare, reagire ai contenuti o visualizzare alcuni post pubblicati sulla propria pagina. In questo caso, i critici del governo Orbán si sono ritrovati nell’impossibilità di interagire direttamente con la principale presenza dello Stato ungherese su Facebook.

Pur essendo, dal punto di vista tecnico, una funzione disponibile per tutti, quando viene utilizzata da un partito al governo da lungo tempo e già dominante su buona parte dei media tradizionali, finisce per silenziare di fatto le voci dissenzienti su uno dei canali ufficiali più visibili. Facebook si è così trasformato in un’estensione della strategia comunicativa dello Stato, anziché rimanere una piazza pubblica neutrale.

Come governi e piattaforme “giocano la stessa partita”

L’episodio ungherese rappresenta un piccolo esempio di una dinamica molto più ampia e globale. Le piattaforme social non operano nel vuoto: esistono all’interno di ordinamenti nazionali, sono soggette a minacce legali, sanzioni economiche, restrizioni di mercato e persino divieti totali. Per continuare a operare, spesso negoziano con i governi, si adeguano alle loro richieste o praticano forme di autocensura, soprattutto quando si confrontano con Stati poco inclini a tutelare la libertà di espressione.

Meta pubblica regolarmente rapporti sulla trasparenza che illustrano le richieste governative relative ai dati degli utenti e alle restrizioni dei contenuti. Ogni anno l’azienda riceve centinaia di migliaia di richieste di questo tipo e ne soddisfa una parte significativa quando sono giustificate dalla legislazione locale.

Lo schema si ripete in molti Paesi: i governi presentano richieste, formali o informali, per rimuovere post, limitarne la visibilità o sospendere account ritenuti illegali o dannosi secondo le norme nazionali, quindi le piattaforme verificano tali richieste alla luce delle proprie regole interne, ma spesso accolgono quelle considerate “legali” per evitare di essere completamente escluse da quel mercato.

Nei contesti più autoritari, la pressione aumenta ulteriormente: minacce di chiusura dei servizi, obblighi di localizzazione dei dati o sanzioni penali per il mancato rispetto delle norme spingono le piattaforme verso una cooperazione ancora più stretta.

Esistono casi ben documentati in cui le piattaforme hanno accolto un numero molto elevato di richieste di rimozione dei contenuti provenienti da governi di Paesi caratterizzati da una limitata libertà di stampa. Diverse organizzazioni per i diritti umani hanno criticato queste aziende per la scarsa trasparenza, la mancata notifica agli utenti interessati e l’eccessiva deferenza nei confronti degli Stati più influenti.

Il risultato è spesso lo stesso: le piattaforme finiscono per diventare co-esecutrici della censura statale. Dissidenti, giornalisti, attivisti e semplici cittadini critici nei confronti del governo vedono i propri contenuti penalizzati nella diffusione, rimossi oppure subiscono restrizioni agli account, spesso senza reali possibilità di ricorso.

Perché le piattaforme collaborano (pur dichiarandosi neutrali)

Le piattaforme digitali sono imprese orientate al profitto che operano in un mercato globale altamente competitivo. Le principali ragioni che le spingono a collaborare con i governi sono l’accesso al mercato, il rispetto della normativa e l’avversione al rischio.

Essere banditi o fortemente limitati in grandi Paesi (come India, Turchia o la Russia prima del divieto imposto a Meta) significa per le piattaforme perdere utenti e ricavi. Molti Stati, inoltre, impongono per legge la rapida rimozione dei contenuti ritenuti illegali. Rifiutarsi può comportare multe, responsabilità penali per i dirigenti o obblighi di conservare localmente i dati, facilitando così ulteriori forme di sorveglianza.

Alcuni governi dispongono di canali diretti o unità dedicate alla segnalazione dei contenuti, che permettono interventi rapidi. In alcuni casi documentati, il tasso di accoglimento di tali richieste ha superato il 90%. Di fronte alle pressioni governative, le piattaforme preferiscono spesso rimuovere a priori i contenuti, piuttosto che rischiare provvedimenti più ampi contro la loro attività.

Questo produce un esito prevedibile: nei regimi repressivi, l’infrastruttura globale e i sistemi di moderazione delle piattaforme finiscono per rafforzare il controllo statale sul flusso delle informazioni. Ciò che viene presentato come “moderazione dei contenuti” o “rispetto della legislazione locale” si traduce spesso, nei fatti, in una forma di censura esternalizzata.

L’Ungheria nel suo contesto e una nota di cautela

Durante il governo Orbán, l’Ungheria è stata ripetutamente criticata dall’Unione europea e da numerose organizzazioni di monitoraggio per il progressivo indebolimento del pluralismo dei media, le interferenze sul sistema giudiziario e le restrizioni imposte alla società civile. La possibilità per gli amministratori governativi di bloccare sistematicamente i critici dalla pagina Facebook ufficiale si inserisce pienamente in questo più ampio quadro di controllo della narrazione pubblica.

La decisione del nuovo governo di revocare tali blocchi rappresenta certamente un passo positivo verso una maggiore apertura. Tuttavia, l’infrastruttura tecnica che ha reso possibile questa pratica rimane invariata: gli strumenti di Facebook consentono ancora a qualsiasi futura amministrazione – o a qualunque altro soggetto dotato di sufficiente potere – di silenziare determinate voci sui canali ufficiali.

Una tutela effettiva della libertà di espressione richiede quindi qualcosa di più della buona volontà di un singolo governo. Servono politiche delle piattaforme più solide, maggiore trasparenza e meccanismi di controllo indipendenti, capaci di resistere alle pressioni politiche indipendentemente da chi sia al potere.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

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